ANDREA RAUCH

Intervista ad Andrea Rauch: tra segni e sogni

Non è stato difficile scegliere a chi dedicare il primo articolo della sezione best designers di questo blog. Pensiero e cuore sono andati direttamente ad Andrea Rauch che, oltre a essere uno dei più rilevanti graphic designer del panorama internazionale, è stato, per me, Il Maestro: quello che di questa professione mi ha insegnato tutto e con grande generosità.

Raccontare Andrea Rauch non è semplice: personalità complessa, Andrea è grafico, illustratore, insegnante di comunicazione e, negli ultimi anni, anche editore.

Tra tutti i suoi progetti mi piace ricordare non tanto quelli più “importanti” – sono tantissimi – ma quelli che mi hanno suscitato grandi emozioni: per esempio i manifesti di solidarietà come quello per impedire la lapidazione di Sakineh Mo-hammadi Ashtiani o quello in sostegno alla Green Revolution in Iran oppure la trentennale collaborazione con l’amministrazione di Pistoia e i suoi asili nido.

Mai come in questi ultimi anni abbiamo avuto la possibilità di replicare format comunicativi che più o meno funzionano, possibilità offerta a piene mani da una tecnologia “super evoluta” che mette a disposizione di chiunque strumenti pronti per farsi un sito, impaginarsi un libro, crearsi un marchio. E mai come ora abbiamo avuto bisogno di designers che sappiano, invece, raccontare storie attraverso le immagini.

D. Come nasce un progetto? È ancora possibile concepire la comunicazione come un “sistema complesso dove nulla è casuale, nemmeno quello che lo sembra”?

R. L’attività di progetto è ‘sempre’ un sistema complesso. Gran parte della nostra professione dovrebbe essere dedicata alla riflessione sul ‘metodo’, su come si opera prima nella teoria e poi nella pratica. Più difficile è capire da dove o come partire. A me piace pensare che il progettista deve saper rispondere, sul suo lavoro, alla domanda, ‘perché?’. Quando noi sappiamo rispondere con argomenti solidi, o comunque sensati, e non con un generico “mi piace”, siamo sulla buona strada. Non è interessante sapere ‘come’ si progetta, ma ‘perché’ si è giunti a una soluzione. Questione di metodo, quindi. E il metodo non può affidarsi alla casualità.

D. Una delle tue frasi che mi è rimasta più impressa è: “La creatività si impara”. Qual è oggi il ruolo dell’insegnante e quanto sono importanti la formazione e “le scuole” per imparare a comunicare suscitando emozioni?

R. La creatività si può imparare e insegnare, ma, in un’epoca dove tutti nascono ‘imparati’ (con la ‘scienza infusa’, come diceva mia nonna più di cinquant’anni fa), c’è ancora chi è disposto a imparare? A fare fatica? A riflettere? Sembra un’analisi superficiale e, certo, ci sono molte lodevoli eccezioni, ma pare di vedere, tutt’intorno, molta approssimazione, poca voglia di approfondire, molta ricerca di scorciatoie. Ci si adagia nell’usuale, spesso nel banale o nell’inutile, nello scontato. Le scuole sono ancora, forse, più importanti e i maestri necessari, ma gran parte della didattica di questi anni si è limitata a capire come accendere un computer, come smanettare, come usare, a proposito o sproposito, photoshop e indesign. Senza piagnucolare su un nostalgico e improbabile ritorno alla didattica del Bauhaus, mi sembra davvero pochino. Trasmettere emozioni? Prima di trasmetterle bisogna viverle, le emozioni.

D. Grafico e illustratore: ideatore di sistemi ordinati, linguaggi coerenti e creatore di suggestioni oniriche. Non ti senti un po’ Dr Jekyll e Mr Hyde? Come convivono in te queste due identità?

R. Jekyll e Hyde sono una metafora. La frammentazione tra creatività e professione, tra anima emotiva e anima razionale, tra caos e ordine. In tutti i grafici questi due aspetti cercano di convivere e non sempre si riesce a farli stare decentemente insieme. Le ragioni della committenza possono scontrarsi con le ragioni dell’arte, le necessità creative cozzare contro le necessità pratiche della comunicazione, e via elencando. La sintesi tra Jekyll e Hyde è una meta a cui tendere, non sempre raggiungibile: a volte prevale l’uno, a volte l’altro.

D. L’ultima domanda è per Andrea Rauch editore, fondatore della casa editrice “Prìncipi & Princípi”. Per scelta pubblichi libri illustrati dedicati ad adulti che normalmente non si sentono il target di questo tipo di pubblicazioni, dedicate usualmente ai bambini. Perché hai fatto questa scelta?

R. È stata una scelta di comodo, direi. Punto a editare, finché ci riuscirò, le cose che mi piacerebbe leggere o illustrare, anche se poi, per necessità, non posso disegnare tutto ma devo affidarmi a tanti bravi illustratori. In questi anni artisti come Guido Scarabottolo o Roberto Innocenti, come Octavia Monaco o Chiara Carrer, mi hanno aiutato a dar forma alle mie voglie. I nostri non sono libri destinati agli adulti, ma non sono nemmeno destinati ai bambini. Sono per tutti, cercano di parlare a tutti, di sollecitare e stimolare l’immaginario individuale e collettivo. Naturalmente il mercato non premia granché questa scelta.

E se volete scoprire e approfondire il lavoro di Andrea Rauch potete visitare i siti :

www.rauchdesign.com

www.principieprincipi.com

 

 

 

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